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  2. Torre Annunziata, il ricordo di Luigi Staiano a 32 anni dall’omicidio
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Il ritrovamenti dei resti umani fece accorrere sul luogo anche le autorità giudiziarie locali che avanzarono dubbi sulla datazione di quel corpo, il quale, secondo una prima valutazione degli intervenuti, poteva essere di epoca contemporanea. Attivate le indagini sul caso, dal sito vennero prelevati alcuni frammenti dei laterizi rinvenuti onde poter stabilire, da parte dei tecnici del settore, una valutazione precisa dei manufatti.

A seguito, le autorità giudiziarie, disposero il prelievo di alcuni frammenti ossei, onde poterli sottoporre ad esami clinici atti a stabilire l'epoca esatta dei resti. Comunque sia, verdetti alla mano, non tutti i dubbi vennero chiariti. Il fatto che il corpo giacesse ad una profondità di circa 3 m. Allargato dagli stessi operai con l'intento di far chiarezza su quella strana manifestazione, venne notata la presenza di un vano scuro del quale non si riusciva a comprendere le esatti dimensioni.

Informati della scoperta, si recarono sul luogo gli appassionati che stavano portando avanti la causa pro Oplontis. Da un primo sopralluogo effettuato dall'assistente Giovanni Campo, accompagnato dall'Ispettore Onorario alle Antichità, Franz Formisano, si rilevarono le caratteristiche della cavità rinvenuta, affermandone la sua costruzione all'epoca romana, quindi parte delle antiche terme attribuite, nel secolo scorso, a Marcus Crassius Frugi. Il cunicolo si estendeva per circa 5,50 m.

Esso presentava scarso fondale con un massimo di 0,25 m. Infatti venne notato che la quantità delle acque presenti nel cunicolo erano soggette al ciclo delle maree.

All'interno del cunicolo, vennero notati due larghi fori sul fondo di non stimata profondità, presumibilmente pozzi sorgivi, il quale scopo era quello di convogliare le acque provenienti dalla falda termo minerale sottostante direttamente alla fangaia. A seguito della scoperta si decise di tastare l'intera parete alla ricerca di ulteriori cunicoli o cavità.

Il progetto ebbe il risultato sperato. Venne scoperto un ulteriore cunicolo distante dal primo 2,95 m. Dai rapporti della Soprintendenza, che rilevarono l'intero caso, emergono le notizie dei rilievi effettuati sul secondo cunicolo scoperto.

Esso risulta articolarsi, in una prima parte in direzione da sud verso nord, per un'estensione di circa 20 m.

La cavità presenta un'altezza media di circa 1,55 m. Il fondale del cunicolo si presenta alquanto fangoso di non stimata profondità con un'altezza media delle acque che si aggira sui 0,25 — 0,30 m.

Anch'esso, risulta soggetto alle variazioni delle maree, ma al contrario del primo cunicolo, vi è sempre presenza di acqua FIG. Dal suo fondale sono evidenti le emissioni di anidride solforosa che danno un aspetto di ebollizione continua alle sue acque. Le funzioni di questo secondo cunicolo, con molta probabilità, dovevano essere legate al rifornimento continuo e al convogliamento, da parte dell'impianto termale, delle acque sulfuree.

Durante le esplorazioni e la pulizia delle due cavità, non mancarono i rinvenimenti di oggetti di vario genere di più recente datazione rispetto alla data già attribuita dei cunicoli. Vennero ritrovate alcune lucerne ad olio e altri materiali di vario genere, presumibilmente lasciati in loco dagli scavi effettuati nel dalla compagnia del generale Vito Nunziante.

Quindi, possiamo dire che i due cunicoli furono già portati alla luce ed esplorati dal primo saggiatore di queste strutture per poi essere rimurati per motivi a noi sconosciuti. Della scoperta venne avvisato anche il prof. Amedeo Maiuri FIG. Inoltre, egli ebbe senz'altro parole di conforto nei confronti di coloro che spingevano la macchina burocratica ad intraprendere i lavori definitivi che potevano dare luce all'antica Oplontis.

Dell'accaduto venne immediatamente avvisato l'Ufficio della Soprintendenza presso gli Scavi di Pompei, il quale decise di inviare in loco il proprio personale onde ricavarne notizie più dettagliate. Nel corso del , finalmente arriva la notizia che i tanti appassionati dell'archeologia oplontina attendevano. Vennero concesse le autorizzazioni necessarie per l'avvio dei saggi da effettuarsi sulla ben nota località Mascatelle.

Il problema fondamentale rimase quello di reperire i fondi necessari per intraprendere i primi scavi, visto che nessun organo locale credette nel messaggio inviato dagli intrepidi cultori torresi. Su accordo della Soprintendenza alle Antichità di Napoli, fu il Soprintendente prof. Amedeo Maiuri a seguirne i primi lavori, e in seguito, dopo la sua scomparsa, il successore prof. Alfonso de Franciscis coadiuvato dal giovane archeologo torrese Stefano De Caro, sempre accompagnato dall'instancabile, quanto motivato, assistente sig.

Ferdinando Balzano. Da una coltre vulcanica di circa 6 m. Visti i primi, pregevoli risultati emersi dalla coltre vulcanica, su interessamento del Presidente del Consiglio, On. Giulio Andreotti, sempre la Cassa del Mezzogiorno, nel , decise di stanziare ulteriori 72 milioni e mila lire per il proseguimento delle opere di scavo.

Dopo dieci anni di scavi ininterrotti si mise alla luce un edificio dalle proporzioni inimmaginabili.

La struttura si estendeva su di un'area di circa m 2 L'aspetto prospettico dell'edificio che volgeva a monte si rispecchiava negli affreschi rinvenuti nei vari edifici di Pompei ed Ercolano rappresentanti le lussuose ville marine del tempo.

Da quei locali emersero opere d'arte di valore inestimabile. Le pitture parietali risultano tra le opere più sensazionali scoperte. Dall'area servile, all'area nobile dell'intero complesso, le opere pittoriche fanno da padrone nell'intero edificio. Quelli della villa scoperta sono uno degli esempi unici di amalgama di tre stili pittorici che vanno dal II al IV.

Solo pochi ambienti, votati al lavoro quotidiano di chi doveva al tempo gestire la dimora e il volere dei padroni, risultano affrescati con geometria semplice, con pitture non paragonabili assolutamente a quelle rinvenute negli ambienti di rappresentanza, ma non certamente da discriminare.

Dall'attenta analisi dei dipinti emersero poi interessantissime testimonianze di vita quotidiana, i graffiti. I graffiti della villa, tra i quali alcuni in greco, divennero ben presto uno dei casi da sottoporre all'attenta valutazione degli studiosi. A correlare la parte principale del graffito, in basso, a sinistra dello stesso, ne venne notato un altro in modo abbastanza chiaro, a caratteri minori, riferente DRACO.

L'intero graffito ancora oggi è al centro di interessanti dibattiti sul suo ipotetico significato, e le ipotetiche valutazioni espresse risultano abbastanza varie e discordanti. Le più accreditate si dividono tra il suono minaccioso dato dall'espressione della sua pronuncia e il cenno di un innamorato riferito alla sua amata.

Questo sempre a secondo della sua interpretazione. Le opere pavimentali riportate alla luce, risultarono tra le più belle, fino all'epoca, scoperte in uno scavo archeologico. Pochi ambienti dell'edificio ne risultarono privi FIG. Nelle sale di rappresentanza prevalevano le tessellature bianche con fascioni decorativi o di chiusura neri.

In alcuni casi le decorazioni assumevano disegni di vario genere, arricchite a loro volta da tessellature verdi e rosse. Negli ambienti ad uso domestico, o servile vennero notate fini inserti di tassellature di vario colore, a maggioranza di natura marmorea, su opera in cocciopesto. Infine non mancarono le pavimentazioni completamente in marmo, dove gli elementi erano assemblati tra di loro con forme geometriche e colori di vario genere. Delle opere che andavano ad arricchire il bagaglio decorativo dell'edificio emerse un sostanzioso gruppo di sculture in marmo composto da circa quaranta esemplari di straordinaria bellezza e pregio.

Tra questi va segnalato il gruppo dei centauri e centauresse. L'insieme marmoreo, scoperto lungo il porticato ad ovest 33 del grande salone 21 a monte dell'edificio, era costituito in marmo bianco con venature grigiastre e la sua funzione principale, oltre ad elementi decorativi del giardino, era quella di sculture per fontane.

I marmi erano suddivisi in due elementi maschili e due femminili con caratteristica umana, finemente raffigurativa, su cavallo rampante. Resta il caso delle centauresse, che come già espresso in uno studio condotto dal dott.

Esso, presumibilmente, era parte del corredo marmoreo presente lungo i bordi della grande piscina dell'edificio FIG. Parte di questo meraviglioso corredo era la statua di Efebo nudo, posizionato sul lato sud della piscina, accanto al quale dovevano essere posizionate le due teste di Eracle e a monte ad esso, una statua raffigurante una figura femminile.

Sul versante ovest della piscina, poco più a nord della sede del grande cratere, doveva trovare posto il gruppo scultoreo del Satiro che tenta di possedere un Ermafrodito.

Anche quest'ultimo era una copia romana di ispirazione ellenistica. Di pregevole bellezza sono le due Nike alate nella loro posizione di discesa dal volo. Una delle due statue venne ritrovata acefala. Sul finire va senz'altro ricordata la statuetta della Venere nuda scoperta in un ambiente prossimo al peristilio servile 32 , con molta probabilità ricoverata, d'espressione ellenistica.

Inoltre il gruppo marmoreo del bambino che strozza un'oca, costituente, come una parte delle statue rinvenute, parte decorativa dei complessi idraulici dell'edificio, e il ritrovamento di due ritratti marmorei, uno di un fanciullo e l'altro di una dama. Tra le moltitudini di suppellettili rinvenute nel corso dello scavo, di uso domestico, risultano un numero consistente di lucerne, che per altro erano l'unico mezzo di illuminazione del tempo.

L'intero corredo risulta ricco di decorazioni e su alcune di esse appaiono dubbi simboli, come il delfino o il pesce, che farebbero preludere ad un primo approccio con la cristianità. Oltre ad uno svariato numero di anfore di altrettanto vario utilizzo, si rinvennero reperti vitrei di vario genere e altri oggetti di uso domestico di diverse tecniche e fattura. Dai numerosi reperti riscontrati durante lo scavo, non emerse nessun elemento chiaro che potesse confermare l'esatta proprietà dell'edificio.

Solitamente, è il ritrovamento dei sigilli bronzei, come avvenuto per la dimora di Caio Siculio, a dare la conferma della proprietà dell'edificio. L'indizio fondamentale che fece dedurre una probabile pertinenza dell'edificio venne dallo studio di alcuni frammenti delle anfore vinarie ivi trovate. In base a quanto riportato sull'anfora la presunta proprietà dell'edificio venne assoggettata al patrimonio della seconda moglie di Nerone, Poppea Sabina.

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Intanto mentre nell'area demaniale le coltri vulcaniche restituivano il meglio di Oplontis mettendo in subbuglio tutta l'archeologia nazionale, da altre zone della città arrivavano ulteriori notizie di rinvenimenti fortuiti. Nel periodo a cavallo tra il e il , durante la costruzione di alcuni complessi abitativi nella parte nord della litoranea Marconi, nei pressi delle attuali Terme Vesuviane, in un appezzamento di proprietà del sig.

Luigi Manzo, all'epoca gestore delle già note terme vesuviane, poi ceduto alla cooperativa edile La P. Il 6 maggio arriva una comunicazione urgente da parte dell'Ispettore Onorario per i Beni Culturali, Franz Formisano, alla Soprintendenza alle Antichità di Napoli asserente la presunta distruzione di dipinti parietali e mosaici affiorati nel corso dei lavori di sbancamento della falesia vulcanica costiera della proprietà del sig.

Luigi Manzo ad opera della ditta di costruzione La P. Il giorno 9 maggio, a seguito di un sopralluogo effettuato dall'Ispettore Principale alle Antichità, dott. Luigi D'Amore, e dall'assistente prof. Carlo Giordano, venne riscontrata la messa in luce di una struttura muraria in opus reticulatum ricoperto di intonaco bianco. Dalla base della muratura venne rilevata la presenza di pavimentazione musiva per la lunghezza di circa 12,50 m.

Una grandiosa costruzione romana scoperta e devastata dalle escavatrici. La Sovrintendenza delle Antichità della Campania ha disposto la sospensione dei lavori e recupero del prezioso materiale.

Da un primo rapporto redatto dal dott. Luigi D'Amore riferito ai materiali recuperati si palesa la percezione dello sfregio ai danni dell'archeologia locale.

Dopo il dragaggio dei fondali del porto, effettuati nei giorni 11 e 12 di maggio, vennero recuperati reperti di notevole interesse.

Tra i laterizi emersi vennero segnalati alcuni reperti attribuibili a colonna laterizia. Dai frammenti granitici venne annotata una spessa lastra dove erano presenti delle mutili inscrizioni su due righe. Sulla prima delle due righe si leggeva SI VA. Il 12 maggio, viste le difficoltà incontrate nel continuare i dragaggi dei fondali per via della continua affluenza degli autocarri carichi di macerie provenienti dai luoghi dello sbancamento, si decise di spostare l'attività di controllo e recupero dei materiali direttamente sullo scavo.

Il Formisano, su segnalazione del prof. Carlo Malandrino e il sig. Inoltre, venne recuperata dallo stesso Formisano, una statuina marmorea altra circa 0,50 m. Il 13 maggio, si mise alla luce sul fianco occidentale della zona già sbancata parte di una pavimentazione appartenente a due ambienti.

La pavimentazione di pertinenza del primo ambiente, anteriore al secondo, si presentava di buona fattura tessellato di bianco, mentre nel secondo ambiente, nella parte prossima alla Ferrovia dello Stato presentava una bordatura di fascia nera. L'alto cumulo di materiali piroclastici, circa 9 m.

Il 14 maggio, seguendo i saggi nella direzione dei canali, vennero messi in luce degli spiccati di muro sottoposti al canaletto scoperto il giorno prima.

Tali separazioni fecero preludere ad un sistema di vasche già abolite in epoca coeva. Uno dei ritrovamenti più interessanti sul sito venne effettuato il 7 agosto. Durante i lavori di sterro che procedevano da parte della ditta che ancora operava sul posto, sotto l'attenta sorveglianza dei tecnici della Soprintendenza, nei pressi del pilone meridionale della Ferrovia dello Stato, si rinvenne una statua marmorea alta circa 0,45 m. La statua venne classificata come parte del corredo ornamentale del sistema di vasche ivi scoperto.

Questa asserzione venne dedotta dalla presenza, sul dorso della stessa, di incavatura sede di una fistola plumbea che doveva proseguire, poi dall'interno, fino alla bocca. La statua si presentava seriamente danneggiata. Essa si presentava acefala, priva delle zampe anteriori e rovinata in parecchi punti del suo corpo. Nel mese di novembre dello stesso anno, nell'area di sud-est dello scavo, prossima al tratto della ferrovia, si rinvenne un colonnato di notevoli dimensioni.

Esso era costituito da sette colonne decorate con stucchi gialli di cui una angolare gemina che con probabilità sorreggevano un ulteriore piano dell'edificio. Il complesso del portico poteva essere parte di un vasto cortile o di una palestra con al centro una ampia natatio. Vista la situazione precaria del sito che diventava sempre più pericolosa per i continui smottamenti della falesia, forse ancor più rafforzata dagli interessi economici in ballo derivanti dai progetti della cooperativa La P.

In seguito l'Ispettore D'Amore non poté fare altro che stilare un'accurata relazione che documentasse in maniera dettagliata le opere di scavo. Dai suoi appunti si ha chiara la percezione della nobile fattezza delle opere distrutte. Innanzitutto si stabilisce l'epoca del sito, inquadrata in quella Augustea I sec.

Egli suddivide l'area di scavo in diverse zone d'interesse attribuendo, ad ogni vano riportato alla luce, una propria indicazione alfabetica FIG.

L'ambiente misurava 3,90 m. Esso rappresentava una vasta sala rettangolare, rimasta superstite dopo l'opera di distruzione di una sola parte della parete occidentale, limitata all'area della zoccolatura e del principio del registro centrale ed in alcuni tratti della pavimentazione. La parte settentrionale di questo ambiente risultava ancora sepolta sotto la falesia della Ferrovia dello Stato.

La porta d'ingresso, al momento della catastrofe, come specificato, doveva essere chiusa. Infatti essa venne ritrovata poco lontano dalla sua sede in quanto venne scardinata e sospinta all'interno della sala dalla furia della nube ardente che sovvenne. Il reperto, come il D'Amore sottolinea, se fosse ritrovato per intero, sarebbe il primo nel suo genere in quanto nella vicina Pompei non si è mai rinvenuto un simile tipo d'ingresso, e tantomeno se ne ha notizia durante gli scavi antichi, se non per un esemplare simile, del quale gli antichi disegnatori tramandarono un disegno, appartenente al tempio di Iside.

Le strutture murarie superstiti mostrano un'opera reticolata a tufelli gialli di Pozzuoli assemblati ad opera a sacco con pietra vesuviana.

La pavimentazione del tipo musivo, nella parte residuale, si mostrava di fine tessellatura bianca adorna con motivo nero a greca ricorrente inclusi elementi quadriformi, il tutto racchiuso in una fascia nera FIG. Di eguale nobiltà si presentavano le decorazioni parietali con nello zoccolo uno schema pittorico di visioni prospettiche, rese con severa bellezza, privo di dettagli artificiosi. Al centro, in campo giallo, e su fasce nere e rosse, s'innalzava il podio di un'edicola absidata adorna ad ogni estremo di piedistallo per il sostegno del padiglione.

Sulla facciata anteriore di ogni piedistallo, poggiante su verde plinto, si osservavano dei quadretti a fondo rosso con motivi di scene marine con ippocampi e delfini natanti. Sulla cima delle colonne doveva poggiare qualche figura umana. Tale ipotesi viene avvalorata dai labili resti del dipinto ed alcuni frammenti di intonaco, dove si notano, in rosso, gli arti inferiori di un corpo umano. Al centro dell'edicola si innalzava dal piano di terra un basamento rettangolare, con ogni probabilità, un podio di altare, di colore giallo incorniciato in una fascia bianca.

La nobile decorazione, poi continua all'interno dell'edicola, dove erano visibili, decorati con motivi in rosso, scene marine. Tutti gli elementi di natura edilizia, pittorici e decorativi, fecero attribuire le opere ad un maturo II stile pittorico risalente come si convenne già in precedenza ad una età tarda Augustea. Maggior conferma dell'epoca supposta si ebbe dal ritrovamento del laterizio con il bollo di Luci Eumachi Erotis , personaggio, come in precedenza già riportato, le cui attività erano espletate in Pompei nel I secolo a.

Si apriva a nord della sala A con in comune la parete sud. Di questo ambiente fu possibile notare solo una piccolissima parte della pavimentazione musiva avente le stesse caratteristiche dell'ambiente A. Viste le sue ristrette dimensioni, si convenne attribuire la sua destinazione d'uso ad un vano di collegamento.

I saggi effettuati portarono alla luce parte del suo ingresso dove fu posta in mostra una soglia in pietra lavica ed uno stipite in opera isodoma in tufo di Nocera.

Distrutto nella sua parte orientale, si intravedevano gli spaccati della parte settentrionale e quella meridionale, anch'essi in opus reticulatum. Le opere murarie procedevano, poi, sotto la contigua proprietà Santucci. Le opere decorative parietali, sebbene in pessime condizioni, davano l'impressione di essere di nobile fattura, anche se il loro stato non permise di poter dare maggiori ragguagli.

In merito alle funzionalità di questo ambiente, gli unici indizi che possano diversificarlo da quelli prima trattati ci pervengono da una analisi valutativa della pavimentazione che risultava di livello qualitativo inferiore agli ambienti precedentemente trattati. Vasto salone suddiviso da un muro in laterizio oltre il suo centro, il quale era visibile solo nella parte della sua nascita.

Nella parte settentrionale dell'ambiente, oltre la suddivisione, la pavimentazione risultava di nobile pregio, in tessellatura bianca contornata da una fascia ornamentale nera. La parte che volgeva al mare, quindi ad ovest del divisorio, era sprovvista di parete che doveva fungere da chiusura del salone.

L'ambiente, da noi contrassegnato con la lettera F, nella relazione redatta dal D'Amore, non viene contrassegnato specificamente, ma la sua descrizione è inclusa in quella riguardante il giardino. Il vano, risultante ancora interrato, era accostato all'ambiente C. Dell'ambiente si mise in luce una parete che guardava verso meridione in opera incerta e decorata con intonaco rustico bianco e con sarcitura in laterizio.

Nella contiguità dei due ambienti, F e C, venne notata la presenza di una cunetta in tufo, la cui funzione doveva essere votata ad impianto di smaltimento delle acque pluviali e di stillicidio del corridoio. Un sistema analogo venne notato, dopo un saggio, verso settentrione, con la presenza di due canali divergenti.

Il viridarium occupava tutta la parte antistante l'edificio nella sua parte meridionale dove si apriva, su di una modesta altura, la vista sul golfo, sorretto da murature di irrobustimento e contenimento del terreno degradanti verso il lido. La differenza delle quote altimetriche del terreno era chiaramente visibile lungo il fianco orientale del giardino. Su questo lato, lo spaccato di alcune strutture di contenimento, purtroppo in gran parte distrutte, permisero di stabilire con esattezza tre diverse quote altimetriche.

Dal piano del giardino si aveva un primo salto di circa un metro e, subito dopo, un consecutivo strapiombo di quasi 45 gradi fino alla spiaggia. L'installazione di opere degradanti e di contenimento, oltre ad affrontare la leggera quota altimetrica dove favorevolmente sorgeva l'edificio, era atta ad affrontare anche eventuali smottamenti, vista la natura della falesia.

Ad affrontare le asperità del terreno vi erano anche le varie livellature distribuite agli ambienti, alcuni dei quali risultarono sfalsati. Tali opere erano erette per lo più, in opus incertum , in parte anche in opus reticulatum FIG. Molto importanti, per l'alleggerimento dei carichi e delle spinte dovute ai flussi pluviali generate dalla pendenza dei terreni sottostanti all'edificio, risultano le opere di stillicidio di tali flussi.

Prossime all'ambiente E venne notato, sul muretto di contenimento, un corsetto di scolo per il deflusso delle acque che da questa terrazza discendeva fino ad una vasca di raccolta sottostante FIG. Di quest'ultima venne identificata qualche opera in laterizio che la doveva caratterizzare, ma la sua quasi totalità, unitamente al muro di contenimento sottostante, venne distrutta durante le operazioni di sbancamento FIG.

Ad analisi ultimate delle'edificio scoperto, non si escluse la pertinenza colle vicine Terme Nunziante, anzi, fu facile ipotizzare che il complesso non era altro che un punto di soggiorno per personaggi facoltosi dell'alta borghesia romana che ivi transitava o si recava per godere le amenità di questi luoghi.

Il D'Amore e il rag. Formisano, inoltre, furono solidali nel definire questa grandiosa scoperta, immolata all'evoluzione urbana, un'occasione perduta per approfondire le conoscenze sulla figura enigmatica del magnate Marcus Crassius Frugi.

Torre Annunziata, il ricordo di Luigi Staiano a 32 anni dall’omicidio

Nell'erigere una centrale elettrica nei pressi di Via Andolfi, località Croce di Pasella, ad una profondità di circa 5 m. Accorsi sul luogo i tecnici della sezione scavi di Oplontis, venne constatato che l'antro riscontrato era pertinenza di una costruzione sepolcrale. Dai saggi effettuati venne rilevata una tomba dalle dimensioni di qualche metro quadrato rivestita nel suo interno di intonaco bianco con un colombario nella parete settentrionale e con qualche olla in frantumi ripiena di ossa combuste e di un balsamario in vetro.

Nel sondare il terreno al suo interno si rinvenne una lapide sepolcrale FIG. Arcansuleno Philadelphio, liberto di Publio, ufficiale del culto di Mercurio. Arcansulena Eleuteria, liberta di Publio. Nel gennaio del , con l'inizio dei lavori di ampliamento dell'edificio scolastico G. Laura Maria Pietrasanta Avv. Grazia Cesaro Dott. Evento formativo riservato esclusivamente ai praticanti avvocati, semplici e abilitati. Il corso prevede l'esame dei principali elementi procedurali dei diversi riti e per ogni caso pratico, l'analisi del fatto e del diritto, degli atti di parte, dello svolgimento della causa e dei provvedimenti giudiziali cautelari e definitivi.

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Giovanni La Croce; Prof. Paola Rossi; Dott. Giovanni Nardecchia; Dott. Filippo D'Aquino; Dott. Alessandro Solidoro; Avv. Roberto Marinoni; Dott. Francesco Pipicelli; Prof. Fabio Marelli; Avv. Adelio Riva; Prof. Lucio Imberti; Prof. Giuliana Scognamiglio; Prof.

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